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La penna di Bassani sempre e a ogni costo al servizio della verità

L’autore ferrarese rivisto dal nuovo saggio di Anna Dolfi «Rifiutò il film di De Sica per rispetto della Shoah»

Offre un’interpretazione nuova e suggestiva della scrittura di Giorgio Bassani, il nuovo saggio critico di Anna Dolfi, “Dopo la morte dell’io. Percorsi bassaniani «di là dal cuore»” (Firenze University Press). La docente dell’Università di Firenze lo presenterà giovedì prossimo a Ferrara alle 17, nella Sala dei Comuni del Castello. All’incontro interverranno Portia Prebys e Gianni Venturi, curatori del Centro Studi Bassaniani, Simonetta Della Seta e Dario Disegni, rispettivamente direttrice e presidente del Meis, ed Ethel Guidi, responsabile del Castello Estense. In queste pagine, la Dolfi si avvicina alla produzione poetica del grande scrittore, indagando le strategie della sua memoria, i suoi giochi di rivelazione e di occultamento. L’autrice si cala nei percorsi compositivi dei testi, nelle loro modalità espressive, per interrogare con forza i luoghi della distanza, l’introiezione del lutto, il rapporto tra storia e verità, tra codice di realtà ed effetto del reale, le convergenze tra biografia e cultura.

«Avvio un discorso sulla poesia di Bassani – spiega la Dolfi – e metto a fuoco i motivi che lo condurranno a Epitaffio. “I died for beauty”, il celebre verso di Emily Dickinson, si trova quasi nel cuore de “Il giardino dei Finzi-Contini” e viene pronunciato proprio da Micol che, non a caso, si sta laureando sulla poetessa inglese a Venezia. La morte per la verità è il cammino che Bassani intraprende a partire da questo romanzo sino all’evidenza ne “L’airone”, con la fine di Edgardo Limentani». «Ipotizzando la perdita dell’oggetto amoroso - continua la Dolfi -, ciò che sta davanti all'io lirico, la nostra tradizione letteraria aveva risposto con “Le rime” a Madonna Laura di Petrarca, ma la vera svolta avviene con Leopardi, precisamente con i versi “Or poserai per sempre, / stanco mio cor. Perì l'inganno estremo, / ch'eterno io mi credei”. Per la prima volta l’io lirico decide di morire, di sacrificarsi per qualcosa di superiore. E Bassani persegue l’estrema modernità leopardiana superandola, mimando persino la morte di sé lungo la sua discesa poetica, nella quale arrivano le voci che non ci sono più».

In Epitaffio lo scrittore sceglie di scendere nel regno dei morti per tentare di restituire la vita agli altri, come Orfeo volle rianimare le figure del passato. «Il Prologo del Giardino – prosegue l’autrice – non rivela solo la necessità di concepire il romanzo, ma di far funzionare la sua opera. Ciascuno di noi intraprende delle azioni più o meno consciamente, fino all’istante in cui tutto diventa chiaro: Bassani ebbe la sua giornata cristallina, una sorta di catabasi letteraria, quando tornò alla luce uscendo da una visita a una tomba etrusca. Il suo percorso, oltre a riconoscere la bellezza, racchiude un valore profondamente etico; tanto da porsi di fronte a uno dei più grandi drammi della storia moderna e rispondere a essa in modo sentito e personale». Egli ripeté più volte che «se non ci fosse stata la Shoah forse non avrei mai scritto»; non è dato sapere se fosse vero, indubbiamente il principio di serbare memoria di un'intera città, ma di più, di un intero mondo in tutta la sua complessità si è strutturata nel corso della sua esistenza. Dentro i versi il suo io lirico si dimostra fragile, confrontandosi con un presente travagliato, che dura appena un attimo. Sulla scia dell’Antologia di Spoon River riporta le vicende di famiglie completamente scomparse; d’altronde, il destino umano prevede la scomparsa di chiunque, perpetuando un «niente di niente». «A Bassani premeva di tenere separata la finzione dalla realtà – conclude la Dolfi – È la stessa ragione per cui ha rifiutato la versione cinematografica di De Sica: le attenzioni che aveva chiesto al regista erano di restare fedele alla scenografia e di girare in bianco e nero le immagini che ritraevano la deportazione degli ebrei». «Non poté quindi accettare una serie di modifiche che tradirono i fatti. Bassani magari, essendo stato molto legato a Pasolini in gioventù, condivise la sua intransigenza: alterare il racconto di quelle vite significava alterare le morti che ne seguirono, un gesto inaccettabile nei confronti di chi sparì in un campo di concentramento».

Matteo Bianchi



Pubblicato su La Nuova Ferrara