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In campo come un Caravaggio Era portatore di felicità politica

Lo scrittore cita il Carmelo Bene televisivo: “quando Maradona gioca non è più calcio” «C’è qualcosa di inspiegabile nelle sue invenzioni, che prescinde da lui e lo trascende» 

la testimonianza

diego de silva

Non occorre essere tifosi, né appassionati di calcio e forse neanche napoletani, per avvertire la pervasività di questo lutto. La scomparsa di Maradona, un attimo dopo la diffusione della notizia, ha come abbassato di una tacca il volume della voce del mondo. Tutti noi la percepiamo con il senso di una solitudine collettiva, di un impoverimento da cui nessuno è escluso. È tipico della morte dei grandi: quando se ne vanno, portano via un po’ di speranza. Perché anche quando si ritirano dalle scene, quando smettono d’intervenire nel mondo, gli danno dignità. Il solo sapere che da qualche parte ci sono, camminano e conducono le loro esistenze, si oppone di per sé all’ignoranza, al cattivo gusto e alla pochezza che appestano le nostre vite. È la ragione per cui ci sentiamo più soli, quando muoiono. Perché viene meno un appiglio a cui tenerci per restare credenti a un’idea di bellezza.

Carmelo Bene disse una volta di lui: «Quando Maradona gioca, non è più calcio». Poco prima di arrivare all’esempio, dichiarò di disprezzare l’arte, perché l’arte – cito testualmente (un’indimenticabile puntata del Maurizio Costanzo Show della metà degli anni ’90), – «deve solo superare sé stessa».

Maradona era questo: il superamento dell’arte. La vivente testimonianza del sogno che non supera la realtà ma la sovverte, ne prende letteralmente il posto (dimostrando, in un certo senso, che la realtà non esiste, se puoi rivoltarla e contraddirla).

Lo sbalordimento che si prova ancora oggi davanti alle sue acrobazie in campo, per quanto mi riguarda (e non sono un cultore di calcio: non sono mai entrato in uno stadio in vita mia né ho mai giocato una schedina, pur avendo sempre biologicamente gioito per ogni vittoria del Napoli), non è diverso da quello che mi prende al cospetto di un quadro di Caravaggio.

C’è qualcosa di profondamente inspiegabile nelle sue invenzioni atletiche, che prescinde da lui, lo trascende, accade nell’attimo dell’azione e lascia una vaghezza che incanta, anche se in quel momento riesci addirittura a vederla. È l’incredulità che smentisce sé stessa, eppure non sa accettare la sconfitta. Un trauma. Dunque, non è più calcio. Stiamo parlando di arte, o meglio di ciò che dovrebbe essere. Perché l’arte, in fondo (non è, ma), sarebbe.

Quando il Napoli comprò (verbo ridicolo, che tuttavia uso per capirci) Maradona, avevo vent’anni. All’epoca, il mio nome era piuttosto raro. Da bambino, l’unico personaggio famoso che ce l’aveva era Zorro (e scusate se è poco). Quell’estate, nell’arco di un paio di settimane, feci l’esperienza della massificazione onomastica. Tutti i bambini che nascevano a Napoli erano Dieghi (anni dopo – lo giuro, – ho conosciuto addirittura una Diega). Mi divertì quel buffo riflesso di fama, quell’essere come riconosciuto dall’estraneo nell’attimo in cui mi presentavo per nome, quasi che per il sol fatto di chiamarmi così, potessi beneficiare di un vantaggio in partenza. Ero raccomandato, insomma. Senza aver chiesto favori a nessuno. In più, avevo anche i capelli lunghissimi, e ricci. Fu una gran bella estate, la verità.

Ricordo perfettamente le foto dei giornali in cui Maradona posava accanto a novelli sposi, novelli genitori che battezzavano neonati, anziani che festeggiavano il compleanno e sembravano felici d’invecchiare per il sol fatto di essere al suo fianco e lui, che sorrideva con una disponibilità e una voglia d’appartenenza a Napoli che nel giro di un tempo brevissimo accorpò la città (e non solo quella) in un sodalizio orgoglioso, sembrava consapevole di essere autore di quella nuova ondata di speranza.

Lo ricordo soprattutto così, portatore di una felicità politica; quella felicità che la politica non sa più nemmeno inseguire. —

Pubblicato su La Nuova Ferrara