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Bondeno, luci e ombre sull’assassinio di Rossella

A una settimana dal ritrovamento del cadavere il compagno resta in carcere, ma continua a dirsi innocente

BONDENO. Il primo fotogramma di ogni omicidio è quello che poi indirizza sempre gli inquirenti. Nel caso dell’omicidio di Rossella Placati, ritrae Doriano Saveri, il suo compagno (ex scopriremo), alle 8.30 di lunedì scorso, quando urlando e in modo concitato, con le mani sulla testa, continuava a ripetere ai carabinieri della stazione di Bondeno: «Sono rovinato, io non ho fatto niente, lei è morta». Sì, Rossella Placati era morta nella sua casa di Borgo San Giovanni a Bondeno, il corpo a terra in uno stanzino del piano superiore della casa, indossava un accappatoio, ed era in un lago di sangue a terra. E mentre gli inquirenti compivano i primi atti e arrivavano i medico legali per i rilievi, lui Saveri, presente, continuava a ripetere: «Sono rovinato, abbiamo litigato ieri sera, ma io non ho fatto nulla».

LE PRIME ORE

Non potevano che partire da qui, i carabinieri di Bondeno, Cento e del Reparto investigativo di Ferrara, coordinati dal pm Stefano Longhi, per indagare, verificare, trovare l’assassino. Perché i medici legali, Raffaella Marino e i suoi assistenti, sul posto hanno subito indicato che la donna era morta per colpi alla testa, violenti e ripetuti e nella parte superiore del petto aveva tre tracce di fendenti inferti con un coltello. L’ora del decesso, calcolato sul posto sulla base dei parametri usati in medicina legale era stata circoscritta in un range di 10/15 ore, dal momento dei rilievi, alle 13.30 di lunedì: dunque la donna sarebbe morta tra le 22.30 di domenica e le 3.30 di lunedì. Era possibile che Doriano Saveri, l’uomo con le mani nei capelli, urlante che si diceva del tutto estraneo alla morte della compagna nella casa che dividevano, potesse essere l’assassino. Ma c’era, e resta quel fotogramma, che lo accusava.

STORIA LOGORA

Prima di approfondire, però, di interrogarlo, per tutta la mattinata di lunedì i carabinieri hanno iniziato a raccogliere testimonianze, verificare indizi, cercare riscontri e soprattutto visionare gli schermi degli smarthphone, della vittima, di Saveri e di tutte le persone a loro vicini, familiari e amici. Ed è subito emerso da queste testimonianze e riscontri che i due, Rossella e Doriano, in realtà nella casa erano separati in casa. Lei da tempo “lo aveva buttato fuori”, come raccontava in giro Saveri, e almeno dall’8 febbraio Rossella Placati era arrivata a questa decisione. E allora, la convivenza forzata, in attesa che lui trovasse un’altra sistemazione, era andata avanti. Tra mille litigi, aspri e velenosi. Lui aveva già fatto gli scatoloni: tutti i suoi effetti personali e altro erano già impacchettati, al piano superiore della casa. Ma non sapendo dove andare, aveva accettato di dormire al piano terra anche in cantina, come aveva acconsentito Rossella, in attesa che se ne andasse. Lui, con familiari, si diceva «distrutto, disintegrato», disposto a «non farsi mettere i piedi in testa».

REALTA' E FANTASIA

Era andato anche – vedi articolo qui sotto – dalle sorelle di Rossella, a dir loro che era stato cacciato di casa e che Rossella lo diffamava, calunniava dicendo cose in giro sul suo conto, falsità. E lui, allusivo e quasi con parole intimidatorie diceva, quella domenica pomeriggio a poche ore della morte di Rossella: «Domani ve ne accorgerete, domani vedrete», se non poi scusarsi per tutto ciò che diceva. Da settimane Doriano Saveri aveva perso il controllo, di se stesso, amplificato anche dalla gelosia. Accecato da questo. E allora, riavvolgendo i tanti fotogrammi del giorno prima dell’omicidio gli inquirenti hanno ricostruito i suoi movimenti, le sue frasi, le sue parole.

L’immagine di Doriano Saveri che esce da questo quadro di insieme è quella di un uomo distrutto, senza più riferimenti, che perché si sente calunniato e diffamato dice di aver chiesto e avuto i soldi da un suo familiare la mattina di lunedì (quando in teoria era già morta Rossella Placati), seicento euro per cercare un avvocato e denunciare la compagna (ex): ma anche questa circostanza sarebbe falsa, tutto smentito dal familiare, la ex compagna di Vigarano. Costruzioni fantasiose, del resto, ne ha elencate tante durante l’interrogatorio che da lunedì pomeriggio alle 16 era durato fino alle 3 della notte, che lo aveva portato alle 4 ad essere arrestato per omicidio. Tante e troppe contraddizioni, scandite però in modo lucido, senza mai un tentennamento: «Io non ucciso la mia compagna», ripetendo le parole del primo momento nella caserma di Bondeno.

Alla fine i magistrati che si sono susseguiti in questa settimana, tra procura e tribunale (il pm Stefano Longhi e il gip Vartan Giacomelli), non hanno avuto dubbi nel delineare il movente: un movente passionale alla base di un omicidio brutale, di una donna aggredita a sorpresa senza avere la possibilità di difendersi.

PERSONA PERICOLOSA

Omicidio di impeto, secondo i “tecnici”, di un’azione improvvisa di chi vuole uccidere, per i torti subiti accumulati. E dopo l’omicidio, Saveri secondo la ricostruzione dell’accusa – solo in casa dalle 22 di domenica fino alle 6.30 di lunedì, avrebbe avuto tutto il tempo di fare e disfare. Uscire di casa e chissà, gettare vestiti sporchi e quelle armi del delitto: un oggetto contundente (chissà una martellina) e un coltello, o attrezzo da taglio o punta.

Ora l’autopsia è saltata, verrà fissata al più presto non prima di una settimana: perché servono riscontri oggettivi, chiari, precisi. Quelli “soggettivi” che ritraggono Doriano Saveri si traducono in gravi indizi di colpevolezza: e al momento bastano a farlo restare in carcere. Soprattutto perché giudicato persona pericolosa socialmente, a partire dall’instabilità emotiva che lo avrebbe portato a uccidere la compagna, anzi ex. —

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Pubblicato su La Nuova Ferrara