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L’assassino poteva essere fermato

Un buco di una settimana negli atti. Minacce di morte anche alla sorella della vittima 

FERRARA. Le domande rimbalzano dai familiari e coprono tutto ciò che è successo: la morte di Atika Gharib poteva essere evitata? Il suo assassino, l’ex compagno M’Hamed Chamekh poteva essere fermato prima? Tutto ruota attorno al divieto di avvicinamento a carico dell’ex compagno che i magistrati adottano nei suoi confronti per le violenze domestiche, in particolare quelle verso la figlia della donna: da quel momento non può più avvicinarsi neppure alla casa di via Oroboni dove ha abitato fino al 2 agosto quando è stato cacciato, in seguito ad episodi di maltrattamento sulle due donne.


La denuncia contro l’uomo è del 2 agosto scorso, e nel giro di poche ore la Procura chiede il provvedimento restrittivo che però è stato firmato dal giudice solo il 9 agosto e trasmesso ai carabinieri per la notifica e il rintraccio di Chamekh il giorno dopo: un buco di una settimana, dunque. Tempi tecnici, come accade, purtroppo e spesso, per l’esecuzione di tanti atti giudiziari in cui si debbono valutare con urgenza le misure cautelari contro una persona. Ma un buco che diventa fondamentale in quanto, nel frattempo Chamek si ripresenta davanti alla palazzina di via Oroboni, e viene fermato e controllato dalla Polizia che addosso gli trova un coltello. Viene portato in questura, e presto rilasciato perché formalmente nulla c’era a suo carico, l’interrogazione a terminale era andata a vuoto. Questione fondamentale: se il divieto di avvicinamento fosse stato già emesso e caricato nella banca dati, Chamek sarebbe stato arrestato per essersi recato lì, in quella casa che gli era stata preclusa. Già il 5 agosto, dunque, l’uomo poteva essere fermato; le violenze successive e la tragedia di Atika Gharib si sarebbero potute evitare?


È quanto si chiedono i familiari di Atika e l’avvocato che li assiste: «Abbiamo intenzione di comprendere meglio e con esattezza dove i meccanismi per l’applicazione di questo provvedimento non hanno funzionato – spiegava ieri Marina Prosperi, il legale – Non cerchiamo responsabilità, vogliamo capire cosa è successo in questo caso, sopratutto per il futuro, per rendere le procedure in circostanze analoghe il meno farraginose possibili ed efficaci per le persone coinvolte».


Resta il fatto che, comunque, il provvedimento non è mai stato notificato a Chamekh, neanche in seguito, perché l’uomo non è stato più rintracciato. Di fatto, da quel 2 agosto, da quando è uscito dalla casa di via Oroboni aveva iniziato quella sua vita sbandata, abitando nel casolare dove questa drammatica storia ha avuto il suo tragico epilogo, con il corpo carbonizzato trovato tra le macerie fumanti, il corpo di una donna – si presume, in attesa degli esami più approfonditi – di Atika.


Atika sarebbe stata uccisa tra domenica e lunedì mattina: nel tempo tra l’ultima volta che viene vista viva dalla sorella Khadija «eravamo uscite insieme» al momento i cui a mezzogiorno di lunedì, la figlia di Atika la chiama al suo cellulare, ma risponde Chamekh. Da quel momento scatta l’allarme. Che porterà Chamekh stesso a chiamare prima un’altra sorella di Atika, Nabiha a San Giovanni in Persiceto: «Ho già ucciso tua sorella, tua sorella è bruciata, ho fatto il mio dovere adesso». Chamekh la mattina dopo, martedì, ripete lo stesso con sua sorella in Marocco, mandandole un messaggio vocale. A lei, a migliaia chilometri ripete che «ho già fatto ciò che dovevo fare con Atika, adesso vado da sua sorella Khadija».


Khadija a Ferrara viene avvertita: «Mi ha telefonato subito la sorella di Chamekh dicendomi “mio fratello mi ha detto queste cose, stai attenta io non so se ha fatto veramente quello che dice, ma vuole fare lo stesso con te”». Non ci riuscirà. I carabinieri di Ferrara prima e di Bologna poi, subito dopo – e siamo a martedì mattina – alzano il livello di massimo allarme. Sanno che Chamekh è in fuga, le celle lo danno a Milano, martedì. Mercoledì mattina viene fermato a Ventimiglia, mentre tenta di scappare in Francia. Oggi, nel carcere di San Remo, verrà interrogato: udienza per omicidio volontario aggravato, ergastolo, potrebbe essere la possibile risposta della giustizia. Alle domande della famiglia, chi risponderà?

 

Pubblicato su La Nuova Ferrara